Sergio Frasca (1978)
Roma, il 29 Settembre 1999, ore del mattino, la galleria della metropolitana tra Ostiense e Termini.
Le rotaie sono invase da gente che va in tutte le direzioni, chi
in fretta, chi adagio godendosi la passeggiata, tutti inevitabilmente urtandosi, ma
senza mostrare il minimo disappunto, quasi fossero molecole di un gas perfetto.
Canticchiano; ogni tanto tra vicini si instaurano coretti.
Negli slarghi gruppi di
persone, soprattutto vecchi e donne scapigliate, giocano a dadi,
usando in genere i
cappelli come bussolotti. In un angolo due musicisti suonano musica del
settecento (un violino e una viola d'amore); a circa cinque metri
una linea per terra
segnata col gesso indica il punto da dove, chi vuole,
lancia monetine sui due;
intorno c'é la folla degli scommettitori
coordinata da un bookmaker che in
silenzio raccoglie le puntate e giudica l'esito del tiro.
Più tranquilli di tutti in questa scena sono i cani
che senza animosità non smettono
di mangiare bucce di banana appositamente messe negli angoli da gruppi di
"addetti" col cappello frigio rosso spesso indossato al contrario.
Lungo i binari
un "addetto" avanza con passo deciso, fischiettando un motivo che non riesce a
rimanere lo stesso per più di due passi.
Porta a tracolla una grande borsa da
postino vecchia di almeno vent'anni. Dentro ha una sola lettera,
che va su e giù al
ritmo dei suoi passi e degli urti della gente.
Giunto a Termini, esce all'aperto:
pochissima gente cammina quasi strisciando lungo i muri lanciandosi rapide
occhiate sospettose e cercando di ostentare indifferenza.
Sempre fischiettando il
postino raggiunge l'università:
anche qui é il deserto, come un tempo era solo in
un primo pomeriggio di mezz'agosto. Due guardie con Smith & Wesson si
rincorrono in bicicletta intorno alla fontana della Minerva, ogni tanto mimando
una sparatoria. Se si aguzza l'orecchio si possono sentire rumori di assemblea
provenienti da lettere, probabilmente l'aula sesta.
Su un albero c'é un foglietto con
una poesia che fa:
Notte, non finire mai
non mi abbandonare al terrore della luce,
alla protervia della realtà.
Amo trotterellare sui cavalli della mia fantasia,
nella dolcezza del tuo tepore,
con la condiscendenza delle tue tenebre.
E' firmata Teresa e, tra parentesi, Nosferatu.
Il postino scuote la testa con disappunto: "Ma che vogliono questi studenti?"
L'università é praticamente chiusa da decenni. C'é
solo qualche corso tenuto da rari professori un po' matti e da un gruppetto di
precari ormai ultracinquantenni;
ma anche senza l'università chissà come e chissà
perché, quasi in un rigurgito romantico,
continuano ad esserci gli studenti.
Il postino si dirige verso l'antico edificio del rettorato,
attualmente sede (ancora
per poco) dell'Istituto di Onde Gravitazionali (1). E' questo un grande palazzo
ricoperto di marmo bianco che univa, in un periodo di predominio delle scienze
giuridico-umanistiche, in un simbolico abbraccio,
le (attualmente ex) facoltà di
Legge e Belle Lettere. Anni fa, grazie soprattutto
alla sua forma che ricordava un
dewar (2) per antenne gravitazionali, il vecchio rettorato
fu destinato al neonato
Istituto di Onde Gravitazionali che attualmente é,
insieme ad altri quattro laboratori scientifici
universitari, l'unica fiaccola della scienza romana. L'edificio é stato
completamente svuotato delle stanze, un tempo pullulanti di impiegati
affaccendati e di pratiche ammonticchiate, e dentro é stato
costruito un enorme
dewar contenente un'antenna gravitazionale di cinquemila tonnellate.
Si tratta di
un cilindro di alluminio lungo trenta metri e del diametro di cinque,
raffreddato a
un milionesimo di grado kelvin (3), con decine di trasduttori
(4) di vario genere,
le cui uscite, coordinate da un computer, danno indicazioni
su una banda da 80 a
80.000 Hertz.
Ora però l'esperimento é finito.
Purtroppo negativamente. Le Onde Gravitazionali
non esistono. Infatti, dopo quasi venti anni di allestimento,
si sono fatti due mesi
di osservazioni in coincidenza con analoghe rilevazioni eseguite dal professore
(tedesco) Paikman all'università di Ulan Bator.
Si noti che l'antenna di Paikmann
é di concezione completamente diversa:
si tratta di trentuno cilindri (di circa
trenta centimetri di lunghezza ciascuno) di paikmanio, un materiale che a bassa
temperatura esibisce l'effetto Paikmann, cioé
al di sotto di una temperatura detta
temperatura critica di Paikmann, il Q meccanico (5) del materiale,
ovviamente per
frequenze comprese nel cosiddetto intervallo di frequenza di Paikmann, diventa
praticamente infinito. Non é qui il luogo per entrare nei
dettagli tecnici di questo
portentoso strumento (in pratica un rivelatore non lineare di gravitoni (6), se
questi esistessero) né del trasduttore basato sull'effetto
Paikmann-Riccardi. Le
sensibilità delle antenne di Roma e di Ulan Bator
erano simili ed elevatissime, ma
i risultati sono stati inequivocabili e oramai la nuova
verità scientifica si é
affermata, grazie anche a una nuova teoria pubblicata appena un mese dopo che i
risultati sperimentali sono stati resi noti. I giornali di tutto il mondo hanno
riportato la notizia con titoli a scatola in prima pagina e i dettagli tecnici
all'interno, ma a nessuno glie ne é fregato niente.
Sono passati trent'anni dall'epoca
della Luna e da allora i giornalisti non sono più
riusciti a suscitare l'interesse
popolare per i fatti della scienza; al massimo per questioni di
carattere grand-guignolesco, come l'esplosione, ogni tanto,
di qualcuno dei vecchi reattori
nucleari; in quelle rare e felici occasioni la gente accorre
da ogni parte e organizza
campeggi e feste popolari intorno al reattore ancora fumante; ma i reattori
superstiti sono ormai pochissimi e alcuni in condizioni così
disastrose che non esploderanno mai.
Attualmente all'istituto di Roma é in corso
la smobilitazione. L'enorme dewar
sembra una nave in disarmo con l'antenna quasi completamente
estratta, le flange
smontate (una, cadendo, ha squarciato un muro laterale);
ora si stanno togliendo,
con cura gli strati di mylar (7) dell'isolamento termico
in un fruscio argentino che
sembra di stare in riva a un ruscello, se non fosse per
il rumore assordante che
fanno i figli dei guardiani pattinando nel dewar:
sono bravissimi, riescono a fare
l'intero giro della circonferenza del cilindro spingendosi l'un l'altro.
Il problema della riutilizzazione dei materiali é
stato quasi completamente risolto.
L'antenna, questo grande cilindro di alluminio lucidata a specchio, sotto
suggerimento del sindaco Nicolini, adornerà
una piazza romana, a mo' di colonna
traiana, solo che invece che vedere le gesta di un imperatore, la gente,
specchiandosi, ci vedrà i propri gesti glorificati.
I mille chilometri quadrati di
mylar diventeranno coriandoli (é in arrivo un'apposita
macchina dal Brasile). Il
problema più complesso, invece, é
quello del dewar. Vent'anni fa se ne sarebbe
potuto fare un rifugio antiatomico, ma ora l'unica guerra
probabile, che preoccupa
l'Onu e riempie le cronache dei giornali,
é la cosiddetta "guerra fredda", tra gli
Inupik e gli Yupik, due popolazioni esquimesi abitanti
rispettivamente ad Est ed
ad Ovest dello stretto di Bering (cioé in Alaska e in Siberia):
i motivi pare siano
questioni ideologiche sul trattamento dei cani da slitta.
Il postino intanto entra e,
rivoltosi alla persona che sembra più autorevole,
gli consegna la lettera.
"E' per Maria C."
"Sono io" risponde la Signora col camice bianco,
capelli più bianchi che
brizzolati e occhiali appesi con una catenina d'oro.
Non é l'unico pezzo d'oro che
porta addosso, cosa insolita per una scenziata;
ha infatti l'orologio d'oro, il
bracciale, due anelli e tre denti d'oro.
La signora prende la lettera, inforca gli
occhiali e, partito il postino, comincia a guardare il mittente
(che non gli ricorda
niente), quindi sale nella sua stanza
(l'ex anticamera del rettore, con i ritratti degli
antichi rettori con gli ermellini), e comincia a leggere la lettera.
Pescarenico 3.2.1999
Cara Maria,
sono quasi venti anni che non ci vediamo e forse
ti sarai dimenticata di me. Sono
Giuseppe Rossi, "Pino", e un tempo lavoravamo nello stesso laboratorio
all'Istituto di Fisica. Poi io ho lasciato l'università,
mi sono messo a scrivere
favole per bambini, sono andato un po' in giro a fare
il rappresentante di cappelli, e
infine (ormai sono dieci anni) sono venuto qui con altri e abbiamo fondato un
convento paracelsiamo (é stato il quinto in Italia).
Ora siamo 42 (30 uomini e 12
donne) e lavoriamo alle nostre coltivazioni idroponiche,
insegnamo (abbiamo corsi
a tutti i livelli, dalla scuola materna alla
specializzazione in tecniche alchemiche),
ma soprattutto facciamo ricerca sulla natura dell'uomo, e ciò tramite la
meditazione e gli esperimenti di laboratorio.
Ma non ti ho scritto per parlarti della mia attività,
ma perché ho saputo che le tue
ricerche sulle onde gravitazionali sono terminate e
avete raggiunto la conclusione
che non esistono, o per lo meno non sono rivelabili
per la particolarità della loro
interazione con la materia.
Pensavo tuttavia che i vostri risultati sarebbero stati
diversi. E ciò a causa di uno strano episodio
che accadde circa vent'anni fa quando
ero presso il laboratoio.
Erano gli ultimi giorni del luglio 1979 e, rimasto solo,
stavo facendo girare gli ultimi programmi al computer. Lo trovai davanti alla
porta del laboratorio che mi aspettava. Si chiamava Paco (non ricordo il
cognome), era venezuelano, aveva studiato fisica in America e a Parigi e ora
girava per il mondo; aveva saputo dell'esistenza del
nostro laboratorio e voleva
visitarlo, poiché si era interessato di
onde gravitazionali e cosmologia. Tutto
questo me lo disse nella sua strana lingua italo-spagnola che sembra una
caricatura.
A quel tempo era prassi da noi (chissà perché ?)
considerare i visitatori
come degli scocciatori e i peggiori erano considerati quelli che non erano
"gravitazionali", ma che una qualche idea del problema
ce l'avevano, di modo che
non te ne potevi liberare con quattro stupidaggini divulgative
("vedi, questo é un
cilindro; arriva l'onda e si mette a vibrare..."
e scuotevi le due mani parallele).
Questo pareva il peggiore che mi era capitato;
tuttavia cercai di esser cortese e
dopo un po' fui sorpreso dal rilevare che erano più
le cose che mi diceva che
quelle che mi chiedeva. Mi chiedeva delle stupidaggini che sapevano tutti come
"Quanto pesano le vostre antenne" (A quel tempo avevamo due antenne piccole
da 30kg) o "qual'é la temperatura dell'elio liquido?"
e invece faceva delle
osservazioni strane, per esempio su forme particolari di antenna che avrebbero
avuto certe proprietà, su tentativi di spiegare
in chiave cosmologica le onde
osservate da Weber, su possibili utilizzazioni pratiche completamente
fantascientifiche delle onde gravitazionali. Cominciai con l'ascoltare quelle
chiacchiere abbastanza scettico, ma poi scoprii
che erano piuttosto piacevoli e fui
ben disposto a fargli visitare il laboratorio.
Anzi, poiché in una delle due antenne
c'era dell'elio, gli feci vedere come si metteva in funzione.
Paco si interessava di
tutto, sembrava un altro, diceva solo "e quetto cos'é?",
"como funziona?", e altre
frasette in quell'idioma a cui oramai avevo fatto l'orecchio.
Seguivamo l'uscita
dell'antenna sull'oscilloscopio e sul registratore a carta
e avevamo quasi un grado
di rumore (8) (cosa rara a quei tempi), con qua e
là qualche disturbo impulsivo:
gli spiegai che si trattava in genere di disturbi
esterni meccanici o elettronici o
interni dovuti ad assestamenti dei materiali e gli proposi di provarlo: demmo
martelalte in vari punti della stanza accendemmo e spegnemmo apparecchi
elettrici nel laboratorio, senza però notare effetti.
Lanciammo vari tipi di urla e
fischi facendo a gara a che aveva un effetto maggiore.
Tuttavia i disturbi che si
vedevano prima (e che continuavamo a vedersi) erano un po' maggiori di quelli
provocati da noi e io spiegai che probabilmente erano dovuti
ad assestamenti del
materiale dell'antenna, o al fatto che l'elio era ormai quasi finito e quindi,
essendoci delle variazioni termiche...
Mi chiese quale sarebbe dovuto essere
l'effetto delle onde gravitazionali e gli spiegai
(con ostentata pazienza) che quelle
antenne erano troppo poco sensibili per rivelare
"veramente" le "eventuali" onde
gravitazionali e che, anche se ciò fosse stato possibile,
si sarebbe dovuto usare il
registratore digitale e usare l'algoritmo di rivelazione (9)
col calcolatore, tanto
sarebbe stato piccolo il segnale rispetto al rumore di fondo.
Paco fu molto deluso,
sebbene sono sicuro che sapesse già
che le cose stavano in questo modo. Gli
regalai la striscia di carta del registratore come
souvenir e lo salutai pensando di
non vederlo mai più.
E invece lo ritrovai l'indomani mattina ad aspettarmi, eccitato: aveva
passato la notte ad analizzare la registrazione ed
aveva trovato che c'era una
crescita in ampiezza e in frequenza degli impulsi non provocati da noi. Mi fece
vedere i numeri, ma mi sembrarono del tutto casuali. Feci delle riflessioni
sarcastiche sull'incapacità dei non addetti ai lavori
di interpretare i dati, ma lui
continuava a chiedermi di fare ancora un po' di registrazioni.
Io gli risposi, per
troncare la discussione, che era sicuramente finito
l'elio (con tutti i disturbi che
s'erano visti il giorno prima...) e, per dimostrarglielo,
scendemmo in laboratorio.
Ma, incredibilmente, l'elio non era finito e quindi non potei fare a meno di
accontentarlo. E queste misure confermarono l'aumento di ampiezza degli
impulsi. Così fu anche per le misure dei giorni successivi.
L'elio intanto era finito
e facevamo misure all'azoto. Decidemmo di raffreddare all'azoto anche l'altra
antenna e trovammo anche in questa gli stessi impulsi in coincidenza. Potevano
essere degli strani disturbi sismici o elettromagnetici: Paco era un vulcano di
ipotesi ingegnose che sembravano plausibili, ma che non venivano in genere
verificate dai successivi controlli;
per esempio mettemmo dei piezoelettrici sul
dewar, radio sintonizzate su varie bande di frequenza, provammo a simulare i
disturbi osservati, ma miente da fare. Cominciammo a prendere in considerazione
l'ipotesi che si trattasse effettivamente di onde
gravitazionali. Evidentemente si
doveva trattare di un oggetto astrale
con proprietà eccezionali ed eccezionalmente
vicino. Telefonammo ad un mio amico all'osservatorio di Asiago e
fortunatamente era appena tornato dalle vacanze. Lui lavorava al telescopio
Schmidt (analizzava fotografie col microscopio a sfarfallamento). Ci disse che
effettivamente il passato mese era stato eccezionale: erano
state trovate ben tre
"nove", di cui ci dette le coordinate.
Niente comunque che potesse generare onde
gravitazionali. Paco a questo punto propose di orientare in modo diverso le due
antenne per conoscere la direzione di provenienza delle onde. Ma non si ebbero
risultati: l'ampiezza degli impulsi era indipendente
dalla direzione dell'antenna, e
continuava a crescere. Concludemmo che l'origine delle onde doveva essere il
centro della terra dove forse si svolgevano
strani e forse anormali processi fisici.
Ci chiedemmo se tutto ciò non potesse
avere conseguenze sismiche catastrofiche
sulla superfice della terra. Mi domandavo se non
era il caso di avvertire qualcuno.
L'indomani invece trovai Paco eccitatissimo
con alcuni foglietti in mano pieni di
conti: aveva trovato una strana coincidenza: le tre nove
indicate dal mio amico di
Asiago erano allineate, cioé si trovavano
con incredibile precisione su un cerchio
massimo della sfera celeste. Effettivamente mi
sembrava strano, ma non di più che
prendere tutti i semafori verdi da casa all'università.
Volle telefonare ad Asiago e
convinse il mio maico a fare delle ricerche con lo Schmidt
in certe zone del cielo.
Mi disse che aveva avuto un'idea un po' pazza e
che voleva verificarla, ma non mi
dette altri particolari. Pensai che doveva essere un
bel po' pazza, dato che non si
era mai fatto scrupolo di scodellarmi tutte le altre.
Passavamo quasi sempre le serate in birreria;
ho un ricordo affettuoso di quelle
discussioni, lubrificate dai numerosi boccali.
Non si parlava di fisica in genere.
Lui aveva un'abilità particolare a capovolgere
le mie osservazioni. Per esempio
una volta che mi lamentai dell'Italia, degli scandali, dell'inefficenza e della
mancaza di democrazia e auspicai un sistema
più libero ed efficente, mi disse, "lo
stato, purtroppo, é un'inevitabile necessità;
gli uomini politici con la loro stupida
ambizione e il loro rivoltante cinismo sono
necessari per fare cose ributtarti, ma
necessarie. Ma guai se li si lascia andare troppo
avanti nella loro presunzione: a
meno che non pensino al proprio personale tornaconto
(che é il male minore), non
fanno che accrescere la loro paranoia e lo stato diventa una macchina mostruosa
che opera solo per aumentare la propria potenza;
da creatura dell'uomo diventa il
suo carnefice, una specie di Moloch o di mostro di Frankenstein. L'unica
possibilità sono i sistemi imperfetti,
i politici un po' incapaci, poco credibili, e i
popoli abbastanza individualisti da non prendersi sul serio.
Lo stato é come la
religione e certe teorie scientifiche: una creazione umana che poi l'uomo ha
dimenticato di aver creato...."
Per i giorni successivi non mi disse nulla
riguardo alla sua idea. Continuammo a
fare misure, anche ad altre frequenze; trovammo le
stesse intensità a tutte le
frequenze. Io feci dei pigri preparativi per le vacanze,
ma ormai sapevo che sarei
rimasto a Roma; poi, una mattina arrivò
la telefonata da Asiago: il mio amico,
eccitatissimo, aveva scoperto una "nova",
(la prima della sua vita) esattamente in
una delle zone del cielo che gli aveva indicato Paco; voleva anche sapere come
aveva fatto a prevedere che ci doveva essere.
Ma Paco era freddo quella mattina e
non in vena di pettegolezzi; si
limitò a chiudere la comunicazione dicendo
"Niente di speciale, solamente che non é una nova".
Era spesso così: quando gli
altri erano eccitati era freddo e viceversa.
Abbassato il telefono mi portò vicino a
una lavagna e mi spiegò la sua "idea pazza".
Secondo Paco, era in atto un'incredibile fenomeno cosmico:
due universi, il nostro e
un altro, si stavano attraversando. Solo che erano
parte di un universo di più di tre
dimensioni spaziali e una temporale, e in questo universo "ambiente" i due
"sottouniversi" erano ortogonali (10) o quasi.
Per visualizzare la faccenda, fece
l'esempio di due piani in uno spazio a tre dimensioni,
ortogonali e quindi con una
retta in comune; se questi due piani sono in movimento
l'uno rispetto all'altro la
retta si muove spazzando ciascun piano (o almeno un piano); nel caso dei due
spazi tridimensionali si avrebbe un piano in comune invece
di una retta: nel caso
attuale però era visibili in questo universo alcuni oggetti
che appartenevano all'altro, e che si
trovavano in questo piano "spesso", in comune tra i due universi; queste stelle
erano apparse come "nove" sulla terra nel momento in cui il piano aveva
attraversato la Terra. Chissà quanti anni prima
dovevano esser state attraversate
anch'esse da questo piano. Secondo Paco,
la presenza di massa o di radiazioni in
vicinanza del piano "inspessiva" il piano. Purtroppo non c'erano dati per
speculazioni teoriche e poi c'era un altro problema:
la radiazione gravitazionale
che non ricevevamo !
Ormai era aumentata in maniera incredibile: si sarebbe
potuta rivelare anche a temperatura ambiente,
essendo gli impulsi di ampiezza di
quasi un migliaio di gradi kelvin.
L'ipotesi di Paco era che nell'altro universo,
in prossimità del punto del piano che
conteneva la Terra c'era qualcosa di tremendo: un'enorme
buco nero o un nucleo di
una galassia o chissà cosa:
questo emetteva impulsi di onde gravitazionali che
riuscivano a passare nel nostro universo ed erano visti provenire da tutte le
direzioni. Ciò non avveniva per le onde elettromagnetiche.
L'aumento d'intensità
significava che l'oggetto che produceva le onde gravitazionali era in
avvicinamento e probabilmente avrebbe attraversato il piano di intersezione
sbucando vicinissimo alla terra.
Probabilmente sarebbe stata la fine, cioé, come si
diceva allora, il giorno del giudizio;
e ciò sia per il pericolo di essere inghiottiti dal
buco nero sia per la forte emissione di raggi X
micidiali per qualsiasi forma di vita.
Era il dieci di Agosto, faceva caldo; fuori ormai non c'era quasi nessuno e io
stavo a sentire completamente imbambolato quel bello spirito di Paco che mi
parlava della fine del mondo come di un fantastico esperimento scientifico.
Continuava a parlare dando ipotesi sul tipo di oggetto che si stava avvicinando
alla Terra, sulla sua grandezza, sulle possibili spiegazioni del fatto che si
osservasse solo radiazione gravitazionale e su molte cose ancora, ma io non
seguivo più. Quando finì con un "embeh?"
volli riesaminare i dati con calma. Paco, viste
le mie perplessità, dette la sua previsione
per le misure che avremmo avuto nei
prossimi due giorni. Mi rendevo conto che dovevo informare qualcuno della
faccenda, sia altri gruppi di ricerca, sia, se il fenomeno
continuava, le autorità
pubbliche. Ciò però non era per nulla facile;
stavano tutti in vacanza chissà dove;
inoltre non ero affatto sicuro di non aver fatto qualche grossolano errore
sperimentale e di diventare la barzelletta del laboratorio. Decisi quindi di
attendere la conferma dalle misure successive. Quando venne la conferma, il 12
sera, era troppo tardi. Paco mi fece notare la quasi
perfetta coincidenza con le sue
previsioni e dopo pochi altri calcoli mi annunciò
che la "cosa" si sarebbe trovata
sulla Terra entro 4 giorni.
Ricordo che non ebbi la reazione che pensavo di dover
avere per una simile notizia. Verificai i calcoli
di Paco e capii che era inutile
avvertire qualcuno. Se fosse successo non
c'era assolutamente niente da fare. I due
giorni successivi facemmo ancora svogliatamente misure.
Il 14 sera lasciammo il
laboratorio. Calcoli più precisi
davano l'incontro per la notte fra il sedici e il
diciassette, fra le due e le tre. Non avendo niente di
meglio da fare, ci tuffammo
nelle notti nicoliniane di allora. La gente per strada non era molta, c'erano
soprattutto stranieri, ma c'era un'animazione insolita.
In quei due giorni conobbi
moltissima gente, provai a fare il numero del mangiafuoco a Piazza Navona
(bruciandomi i baffi e capendo perché
i mangiafuoco sono rapati e sbarbati). Mi
nutrii quasi esclusivamente di cocomero, birra,
caffé freddo e gelati panna e
cioccolata. Feci un numero incredibile di telefonate per contattare amici e
conoscenti a cui dicevo e raccontavo cose che cambiarono per sempre i nostri
rapporti; la maggior parte da allora m'ha odiato e considerato un matto facile
all'alcool, ma qualcuno m'é
diventato più amico (due di questi sono ora al convento
con me). Paco era meno frenetico: diceva
che si divertiva a guardarmi e usò
parecchio di quei giorni per fare il turista a Roma, con la guida e un paio di
bottiglie di tequila. La notte dell' "incontro" le trasmissione della Rai erano
disturbatissime, il cielo aveva uno strano chiarore diffuso e a un certo punto
mancò la luce. Incontrai Paco verso
l'una a Santa Maria in Trastevere e mi invitò a
bere la sua tequila. Andammo a piedi
dall'altra parte del Tevere parlando di donne
e alla fine ci sedemmo sui gradini di una chiesa dove,
prosciugate le bottiglie, ci addormentammo.
L'indomani mi svegliai solo e col mal di testa,
ma mi svegliai; cioé non era
successo niente. Andai al laboratorio e lì
trovai Paco intento a fare misure. Era
incredibile, ma, invece di rallegrarci,
stavamo giù sia io che lui. Lavorammo per
tutta la mattinata, ma a parte qualche disturbo evidente, non trovammo alcuno
impulso. Riverificammo le apparecchiature ma inutilmente. L'indomani
riprovammo, ma con lo stesso risultato.
Nella tarda mattinata ci telefonò il mio
amico di Asiago dicendo che la "nova" che aveva scoperto e che stava studiando
era improvvisamente scomparsa. Capimmo che il piano aveva abbandonata la
Terra (o la Terra il piano) proprio "sul più bello";
un finale da "arrivano i nostri".
Debbo dire che era piuttosto incredibile e io cominciai
a dubitare delle deduzioni di
Paco. Lui intanto era nero, quasi irritato.
Ricordo l'ultima sera che restò a Roma e
andammo a bere alla solita birreria: cominciò
a sproloquiare che l'intensa
radiazione gravitazionale che secondo lui ci aveva
investito, poteva essere più
pericolosa della radioattività;
che soprattutto le alte frequenze potevano creare
squilibri a livello genetico e delle
interazioni dei neuroni cerebrali, potevano renderci tutti
pazzi insomma. Descrisse, con toni apocalittici,
un'umanità di mutanti folli.
Arrivò a dire cose senza significato come
"questi mostri genereranno il sonno
della ragione". Era così sicuro delle
sue previsioni, che era rimasto sconvolto
dagli eventi. Inutile dire che, come non ci fu la
fine del mondo, non si é verificata
nessuna delle sue lugubri profezie.
Il giorno dopo partì per il Sudafrica per
studiare le termiti, disse.
Non ne ho più saputo nulla,
sebbene abbia fatto ricerche. Quando poi, alla fine del
mese, son tornati i colleghi, non mi é
sembrato il caso di raccontare questa
incredibile storia.
Ancora oggi non so che
giudizio dare su questi fatti, e più passa
il tempo, più mi sembrano irreali;
se non fosse per i dati che ancora conservo mi
sembrerebbe un sogno e forse neanche un incubo.
Ti saluto affettuosamente, sempre ricordandoti
fra' Paco
P.S.: questo é ora il mio nome al convento e se mi vuoi scrivere per ulteriori informazioni, puoi indirizzare a fra' Paco, presso il convento paracelsiano di Pescarenico.
Maria C. rimase immobile per un istante, con lo sguardo meditativo, quindi si
accese una sigaretta e con lo stesso
cerino diede fuoco ai foglietti della lettera.
Quindi scese di nuovo nel laboratorio, al suo lavoro.
L'attività ferveva, come
prima, nel rumore del fruscio dei fogli di mylar e
dei pattini dei ragazzini. Scese
gli ultimi gradini e disse, fra il materno e l'autoritario:
"A che punto siamo con
questo mylar? non così quei fogli!
E tu, Paco, invece di stare a contare le mosche,
vammi a prendere un cappuccino.