Nel fosco fin del millennio morente

Sergio Frasca (1978)

Roma, il 29 Settembre 1999, ore del mattino, la galleria della metropolitana tra Ostiense e Termini.

Le rotaie sono invase da gente che va in tutte le direzioni, chi in fretta, chi adagio godendosi la passeggiata, tutti inevitabilmente urtandosi, ma senza mostrare il minimo disappunto, quasi fossero molecole di un gas perfetto. Canticchiano; ogni tanto tra vicini si instaurano coretti. Negli slarghi gruppi di persone, soprattutto vecchi e donne scapigliate, giocano a dadi, usando in genere i cappelli come bussolotti. In un angolo due musicisti suonano musica del settecento (un violino e una viola d'amore); a circa cinque metri una linea per terra segnata col gesso indica il punto da dove, chi vuole, lancia monetine sui due; intorno c'é la folla degli scommettitori coordinata da un bookmaker che in silenzio raccoglie le puntate e giudica l'esito del tiro.
Più tranquilli di tutti in questa scena sono i cani che senza animosità non smettono di mangiare bucce di banana appositamente messe negli angoli da gruppi di "addetti" col cappello frigio rosso spesso indossato al contrario. Lungo i binari un "addetto" avanza con passo deciso, fischiettando un motivo che non riesce a rimanere lo stesso per più di due passi. Porta a tracolla una grande borsa da postino vecchia di almeno vent'anni. Dentro ha una sola lettera, che va su e giù al ritmo dei suoi passi e degli urti della gente. Giunto a Termini, esce all'aperto: pochissima gente cammina quasi strisciando lungo i muri lanciandosi rapide occhiate sospettose e cercando di ostentare indifferenza. Sempre fischiettando il postino raggiunge l'università: anche qui é il deserto, come un tempo era solo in un primo pomeriggio di mezz'agosto. Due guardie con Smith & Wesson si rincorrono in bicicletta intorno alla fontana della Minerva, ogni tanto mimando una sparatoria. Se si aguzza l'orecchio si possono sentire rumori di assemblea provenienti da lettere, probabilmente l'aula sesta. Su un albero c'é un foglietto con una poesia che fa:

Notte, non finire mai
non mi abbandonare al terrore della luce,
alla protervia della realtà.
Amo trotterellare sui cavalli della mia fantasia,
nella dolcezza del tuo tepore,
con la condiscendenza delle tue tenebre.

E' firmata Teresa e, tra parentesi, Nosferatu. Il postino scuote la testa con disappunto: "Ma che vogliono questi studenti?"
L'università é praticamente chiusa da decenni. C'é solo qualche corso tenuto da rari professori un po' matti e da un gruppetto di precari ormai ultracinquantenni; ma anche senza l'università chissà come e chissà perché, quasi in un rigurgito romantico, continuano ad esserci gli studenti.

Il postino si dirige verso l'antico edificio del rettorato, attualmente sede (ancora per poco) dell'Istituto di Onde Gravitazionali (1). E' questo un grande palazzo ricoperto di marmo bianco che univa, in un periodo di predominio delle scienze giuridico-umanistiche, in un simbolico abbraccio, le (attualmente ex) facoltà di Legge e Belle Lettere. Anni fa, grazie soprattutto alla sua forma che ricordava un dewar (2) per antenne gravitazionali, il vecchio rettorato fu destinato al neonato Istituto di Onde Gravitazionali che attualmente é, insieme ad altri quattro laboratori scientifici universitari, l'unica fiaccola della scienza romana. L'edificio é stato completamente svuotato delle stanze, un tempo pullulanti di impiegati affaccendati e di pratiche ammonticchiate, e dentro é stato costruito un enorme dewar contenente un'antenna gravitazionale di cinquemila tonnellate. Si tratta di un cilindro di alluminio lungo trenta metri e del diametro di cinque, raffreddato a un milionesimo di grado kelvin (3), con decine di trasduttori (4) di vario genere, le cui uscite, coordinate da un computer, danno indicazioni su una banda da 80 a 80.000 Hertz.
Ora però l'esperimento é finito. Purtroppo negativamente. Le Onde Gravitazionali non esistono. Infatti, dopo quasi venti anni di allestimento, si sono fatti due mesi di osservazioni in coincidenza con analoghe rilevazioni eseguite dal professore (tedesco) Paikman all'università di Ulan Bator. Si noti che l'antenna di Paikmann é di concezione completamente diversa: si tratta di trentuno cilindri (di circa trenta centimetri di lunghezza ciascuno) di paikmanio, un materiale che a bassa temperatura esibisce l'effetto Paikmann, cioé al di sotto di una temperatura detta temperatura critica di Paikmann, il Q meccanico (5) del materiale, ovviamente per frequenze comprese nel cosiddetto intervallo di frequenza di Paikmann, diventa praticamente infinito. Non é qui il luogo per entrare nei dettagli tecnici di questo portentoso strumento (in pratica un rivelatore non lineare di gravitoni (6), se questi esistessero) né del trasduttore basato sull'effetto Paikmann-Riccardi. Le sensibilità delle antenne di Roma e di Ulan Bator erano simili ed elevatissime, ma i risultati sono stati inequivocabili e oramai la nuova verità scientifica si é affermata, grazie anche a una nuova teoria pubblicata appena un mese dopo che i risultati sperimentali sono stati resi noti. I giornali di tutto il mondo hanno riportato la notizia con titoli a scatola in prima pagina e i dettagli tecnici all'interno, ma a nessuno glie ne é fregato niente. Sono passati trent'anni dall'epoca della Luna e da allora i giornalisti non sono più riusciti a suscitare l'interesse popolare per i fatti della scienza; al massimo per questioni di carattere grand-guignolesco, come l'esplosione, ogni tanto, di qualcuno dei vecchi reattori nucleari; in quelle rare e felici occasioni la gente accorre da ogni parte e organizza campeggi e feste popolari intorno al reattore ancora fumante; ma i reattori superstiti sono ormai pochissimi e alcuni in condizioni così disastrose che non esploderanno mai.
Attualmente all'istituto di Roma é in corso la smobilitazione. L'enorme dewar sembra una nave in disarmo con l'antenna quasi completamente estratta, le flange smontate (una, cadendo, ha squarciato un muro laterale); ora si stanno togliendo, con cura gli strati di mylar (7) dell'isolamento termico in un fruscio argentino che sembra di stare in riva a un ruscello, se non fosse per il rumore assordante che fanno i figli dei guardiani pattinando nel dewar: sono bravissimi, riescono a fare l'intero giro della circonferenza del cilindro spingendosi l'un l'altro.
Il problema della riutilizzazione dei materiali é stato quasi completamente risolto. L'antenna, questo grande cilindro di alluminio lucidata a specchio, sotto suggerimento del sindaco Nicolini, adornerà una piazza romana, a mo' di colonna traiana, solo che invece che vedere le gesta di un imperatore, la gente, specchiandosi, ci vedrà i propri gesti glorificati. I mille chilometri quadrati di mylar diventeranno coriandoli (é in arrivo un'apposita macchina dal Brasile). Il problema più complesso, invece, é quello del dewar. Vent'anni fa se ne sarebbe potuto fare un rifugio antiatomico, ma ora l'unica guerra probabile, che preoccupa l'Onu e riempie le cronache dei giornali, é la cosiddetta "guerra fredda", tra gli Inupik e gli Yupik, due popolazioni esquimesi abitanti rispettivamente ad Est ed ad Ovest dello stretto di Bering (cioé in Alaska e in Siberia): i motivi pare siano questioni ideologiche sul trattamento dei cani da slitta. Il postino intanto entra e, rivoltosi alla persona che sembra più autorevole, gli consegna la lettera.
"E' per Maria C."
"Sono io" risponde la Signora col camice bianco, capelli più bianchi che brizzolati e occhiali appesi con una catenina d'oro. Non é l'unico pezzo d'oro che porta addosso, cosa insolita per una scenziata; ha infatti l'orologio d'oro, il bracciale, due anelli e tre denti d'oro. La signora prende la lettera, inforca gli occhiali e, partito il postino, comincia a guardare il mittente (che non gli ricorda niente), quindi sale nella sua stanza (l'ex anticamera del rettore, con i ritratti degli antichi rettori con gli ermellini), e comincia a leggere la lettera.

Pescarenico 3.2.1999

Cara Maria,
sono quasi venti anni che non ci vediamo e forse ti sarai dimenticata di me. Sono Giuseppe Rossi, "Pino", e un tempo lavoravamo nello stesso laboratorio all'Istituto di Fisica. Poi io ho lasciato l'università, mi sono messo a scrivere favole per bambini, sono andato un po' in giro a fare il rappresentante di cappelli, e infine (ormai sono dieci anni) sono venuto qui con altri e abbiamo fondato un convento paracelsiamo (é stato il quinto in Italia). Ora siamo 42 (30 uomini e 12 donne) e lavoriamo alle nostre coltivazioni idroponiche, insegnamo (abbiamo corsi a tutti i livelli, dalla scuola materna alla specializzazione in tecniche alchemiche), ma soprattutto facciamo ricerca sulla natura dell'uomo, e ciò tramite la meditazione e gli esperimenti di laboratorio.
Ma non ti ho scritto per parlarti della mia attività, ma perché ho saputo che le tue ricerche sulle onde gravitazionali sono terminate e avete raggiunto la conclusione che non esistono, o per lo meno non sono rivelabili per la particolarità della loro interazione con la materia. Pensavo tuttavia che i vostri risultati sarebbero stati diversi. E ciò a causa di uno strano episodio che accadde circa vent'anni fa quando ero presso il laboratoio.
Erano gli ultimi giorni del luglio 1979 e, rimasto solo, stavo facendo girare gli ultimi programmi al computer. Lo trovai davanti alla porta del laboratorio che mi aspettava. Si chiamava Paco (non ricordo il cognome), era venezuelano, aveva studiato fisica in America e a Parigi e ora girava per il mondo; aveva saputo dell'esistenza del nostro laboratorio e voleva visitarlo, poiché si era interessato di onde gravitazionali e cosmologia. Tutto questo me lo disse nella sua strana lingua italo-spagnola che sembra una caricatura.

A quel tempo era prassi da noi (chissà perché ?) considerare i visitatori come degli scocciatori e i peggiori erano considerati quelli che non erano "gravitazionali", ma che una qualche idea del problema ce l'avevano, di modo che non te ne potevi liberare con quattro stupidaggini divulgative ("vedi, questo é un cilindro; arriva l'onda e si mette a vibrare..." e scuotevi le due mani parallele).
Questo pareva il peggiore che mi era capitato; tuttavia cercai di esser cortese e dopo un po' fui sorpreso dal rilevare che erano più le cose che mi diceva che quelle che mi chiedeva. Mi chiedeva delle stupidaggini che sapevano tutti come "Quanto pesano le vostre antenne" (A quel tempo avevamo due antenne piccole da 30kg) o "qual'é la temperatura dell'elio liquido?" e invece faceva delle osservazioni strane, per esempio su forme particolari di antenna che avrebbero avuto certe proprietà, su tentativi di spiegare in chiave cosmologica le onde osservate da Weber, su possibili utilizzazioni pratiche completamente fantascientifiche delle onde gravitazionali. Cominciai con l'ascoltare quelle chiacchiere abbastanza scettico, ma poi scoprii che erano piuttosto piacevoli e fui ben disposto a fargli visitare il laboratorio. Anzi, poiché in una delle due antenne c'era dell'elio, gli feci vedere come si metteva in funzione. Paco si interessava di tutto, sembrava un altro, diceva solo "e quetto cos'é?", "como funziona?", e altre frasette in quell'idioma a cui oramai avevo fatto l'orecchio. Seguivamo l'uscita dell'antenna sull'oscilloscopio e sul registratore a carta e avevamo quasi un grado di rumore (8) (cosa rara a quei tempi), con qua e là qualche disturbo impulsivo: gli spiegai che si trattava in genere di disturbi esterni meccanici o elettronici o interni dovuti ad assestamenti dei materiali e gli proposi di provarlo: demmo martelalte in vari punti della stanza accendemmo e spegnemmo apparecchi elettrici nel laboratorio, senza però notare effetti. Lanciammo vari tipi di urla e fischi facendo a gara a che aveva un effetto maggiore. Tuttavia i disturbi che si vedevano prima (e che continuavamo a vedersi) erano un po' maggiori di quelli provocati da noi e io spiegai che probabilmente erano dovuti ad assestamenti del materiale dell'antenna, o al fatto che l'elio era ormai quasi finito e quindi, essendoci delle variazioni termiche...
Mi chiese quale sarebbe dovuto essere l'effetto delle onde gravitazionali e gli spiegai (con ostentata pazienza) che quelle antenne erano troppo poco sensibili per rivelare "veramente" le "eventuali" onde gravitazionali e che, anche se ciò fosse stato possibile, si sarebbe dovuto usare il registratore digitale e usare l'algoritmo di rivelazione (9) col calcolatore, tanto sarebbe stato piccolo il segnale rispetto al rumore di fondo. Paco fu molto deluso, sebbene sono sicuro che sapesse già che le cose stavano in questo modo. Gli regalai la striscia di carta del registratore come souvenir e lo salutai pensando di non vederlo mai più.
E invece lo ritrovai l'indomani mattina ad aspettarmi, eccitato: aveva passato la notte ad analizzare la registrazione ed aveva trovato che c'era una crescita in ampiezza e in frequenza degli impulsi non provocati da noi. Mi fece vedere i numeri, ma mi sembrarono del tutto casuali. Feci delle riflessioni sarcastiche sull'incapacità dei non addetti ai lavori di interpretare i dati, ma lui continuava a chiedermi di fare ancora un po' di registrazioni. Io gli risposi, per troncare la discussione, che era sicuramente finito l'elio (con tutti i disturbi che s'erano visti il giorno prima...) e, per dimostrarglielo, scendemmo in laboratorio. Ma, incredibilmente, l'elio non era finito e quindi non potei fare a meno di accontentarlo. E queste misure confermarono l'aumento di ampiezza degli impulsi. Così fu anche per le misure dei giorni successivi. L'elio intanto era finito e facevamo misure all'azoto. Decidemmo di raffreddare all'azoto anche l'altra antenna e trovammo anche in questa gli stessi impulsi in coincidenza. Potevano essere degli strani disturbi sismici o elettromagnetici: Paco era un vulcano di ipotesi ingegnose che sembravano plausibili, ma che non venivano in genere verificate dai successivi controlli; per esempio mettemmo dei piezoelettrici sul dewar, radio sintonizzate su varie bande di frequenza, provammo a simulare i disturbi osservati, ma miente da fare. Cominciammo a prendere in considerazione l'ipotesi che si trattasse effettivamente di onde gravitazionali. Evidentemente si doveva trattare di un oggetto astrale con proprietà eccezionali ed eccezionalmente vicino. Telefonammo ad un mio amico all'osservatorio di Asiago e fortunatamente era appena tornato dalle vacanze. Lui lavorava al telescopio Schmidt (analizzava fotografie col microscopio a sfarfallamento). Ci disse che effettivamente il passato mese era stato eccezionale: erano state trovate ben tre "nove", di cui ci dette le coordinate. Niente comunque che potesse generare onde gravitazionali. Paco a questo punto propose di orientare in modo diverso le due antenne per conoscere la direzione di provenienza delle onde. Ma non si ebbero risultati: l'ampiezza degli impulsi era indipendente dalla direzione dell'antenna, e continuava a crescere. Concludemmo che l'origine delle onde doveva essere il centro della terra dove forse si svolgevano strani e forse anormali processi fisici.
Ci chiedemmo se tutto ciò non potesse avere conseguenze sismiche catastrofiche sulla superfice della terra. Mi domandavo se non era il caso di avvertire qualcuno.
L'indomani invece trovai Paco eccitatissimo con alcuni foglietti in mano pieni di conti: aveva trovato una strana coincidenza: le tre nove indicate dal mio amico di Asiago erano allineate, cioé si trovavano con incredibile precisione su un cerchio massimo della sfera celeste. Effettivamente mi sembrava strano, ma non di più che prendere tutti i semafori verdi da casa all'università.
Volle telefonare ad Asiago e convinse il mio maico a fare delle ricerche con lo Schmidt in certe zone del cielo. Mi disse che aveva avuto un'idea un po' pazza e che voleva verificarla, ma non mi dette altri particolari. Pensai che doveva essere un bel po' pazza, dato che non si era mai fatto scrupolo di scodellarmi tutte le altre.
Passavamo quasi sempre le serate in birreria; ho un ricordo affettuoso di quelle discussioni, lubrificate dai numerosi boccali. Non si parlava di fisica in genere. Lui aveva un'abilità particolare a capovolgere le mie osservazioni. Per esempio una volta che mi lamentai dell'Italia, degli scandali, dell'inefficenza e della mancaza di democrazia e auspicai un sistema più libero ed efficente, mi disse, "lo stato, purtroppo, é un'inevitabile necessità; gli uomini politici con la loro stupida ambizione e il loro rivoltante cinismo sono necessari per fare cose ributtarti, ma necessarie. Ma guai se li si lascia andare troppo avanti nella loro presunzione: a meno che non pensino al proprio personale tornaconto (che é il male minore), non fanno che accrescere la loro paranoia e lo stato diventa una macchina mostruosa che opera solo per aumentare la propria potenza; da creatura dell'uomo diventa il suo carnefice, una specie di Moloch o di mostro di Frankenstein. L'unica possibilità sono i sistemi imperfetti, i politici un po' incapaci, poco credibili, e i popoli abbastanza individualisti da non prendersi sul serio. Lo stato é come la religione e certe teorie scientifiche: una creazione umana che poi l'uomo ha dimenticato di aver creato...."
Per i giorni successivi non mi disse nulla riguardo alla sua idea. Continuammo a fare misure, anche ad altre frequenze; trovammo le stesse intensità a tutte le frequenze. Io feci dei pigri preparativi per le vacanze, ma ormai sapevo che sarei rimasto a Roma; poi, una mattina arrivò la telefonata da Asiago: il mio amico, eccitatissimo, aveva scoperto una "nova", (la prima della sua vita) esattamente in una delle zone del cielo che gli aveva indicato Paco; voleva anche sapere come aveva fatto a prevedere che ci doveva essere. Ma Paco era freddo quella mattina e non in vena di pettegolezzi; si limitò a chiudere la comunicazione dicendo "Niente di speciale, solamente che non é una nova".
Era spesso così: quando gli altri erano eccitati era freddo e viceversa. Abbassato il telefono mi portò vicino a una lavagna e mi spiegò la sua "idea pazza".
Secondo Paco, era in atto un'incredibile fenomeno cosmico: due universi, il nostro e un altro, si stavano attraversando. Solo che erano parte di un universo di più di tre dimensioni spaziali e una temporale, e in questo universo "ambiente" i due "sottouniversi" erano ortogonali (10) o quasi. Per visualizzare la faccenda, fece l'esempio di due piani in uno spazio a tre dimensioni, ortogonali e quindi con una retta in comune; se questi due piani sono in movimento l'uno rispetto all'altro la retta si muove spazzando ciascun piano (o almeno un piano); nel caso dei due spazi tridimensionali si avrebbe un piano in comune invece di una retta: nel caso attuale però era visibili in questo universo alcuni oggetti che appartenevano all'altro, e che si trovavano in questo piano "spesso", in comune tra i due universi; queste stelle erano apparse come "nove" sulla terra nel momento in cui il piano aveva attraversato la Terra. Chissà quanti anni prima dovevano esser state attraversate anch'esse da questo piano. Secondo Paco, la presenza di massa o di radiazioni in vicinanza del piano "inspessiva" il piano. Purtroppo non c'erano dati per speculazioni teoriche e poi c'era un altro problema: la radiazione gravitazionale che non ricevevamo ! Ormai era aumentata in maniera incredibile: si sarebbe potuta rivelare anche a temperatura ambiente, essendo gli impulsi di ampiezza di quasi un migliaio di gradi kelvin.
L'ipotesi di Paco era che nell'altro universo, in prossimità del punto del piano che conteneva la Terra c'era qualcosa di tremendo: un'enorme buco nero o un nucleo di una galassia o chissà cosa: questo emetteva impulsi di onde gravitazionali che riuscivano a passare nel nostro universo ed erano visti provenire da tutte le direzioni. Ciò non avveniva per le onde elettromagnetiche. L'aumento d'intensità significava che l'oggetto che produceva le onde gravitazionali era in avvicinamento e probabilmente avrebbe attraversato il piano di intersezione sbucando vicinissimo alla terra.
Probabilmente sarebbe stata la fine, cioé, come si diceva allora, il giorno del giudizio; e ciò sia per il pericolo di essere inghiottiti dal buco nero sia per la forte emissione di raggi X micidiali per qualsiasi forma di vita.
Era il dieci di Agosto, faceva caldo; fuori ormai non c'era quasi nessuno e io stavo a sentire completamente imbambolato quel bello spirito di Paco che mi parlava della fine del mondo come di un fantastico esperimento scientifico.
Continuava a parlare dando ipotesi sul tipo di oggetto che si stava avvicinando alla Terra, sulla sua grandezza, sulle possibili spiegazioni del fatto che si osservasse solo radiazione gravitazionale e su molte cose ancora, ma io non seguivo più. Quando finì con un "embeh?" volli riesaminare i dati con calma. Paco, viste le mie perplessità, dette la sua previsione per le misure che avremmo avuto nei prossimi due giorni. Mi rendevo conto che dovevo informare qualcuno della faccenda, sia altri gruppi di ricerca, sia, se il fenomeno continuava, le autorità pubbliche. Ciò però non era per nulla facile; stavano tutti in vacanza chissà dove; inoltre non ero affatto sicuro di non aver fatto qualche grossolano errore sperimentale e di diventare la barzelletta del laboratorio. Decisi quindi di attendere la conferma dalle misure successive. Quando venne la conferma, il 12 sera, era troppo tardi. Paco mi fece notare la quasi perfetta coincidenza con le sue previsioni e dopo pochi altri calcoli mi annunciò che la "cosa" si sarebbe trovata sulla Terra entro 4 giorni.
Ricordo che non ebbi la reazione che pensavo di dover avere per una simile notizia. Verificai i calcoli di Paco e capii che era inutile avvertire qualcuno. Se fosse successo non c'era assolutamente niente da fare. I due giorni successivi facemmo ancora svogliatamente misure. Il 14 sera lasciammo il laboratorio. Calcoli più precisi davano l'incontro per la notte fra il sedici e il diciassette, fra le due e le tre. Non avendo niente di meglio da fare, ci tuffammo nelle notti nicoliniane di allora. La gente per strada non era molta, c'erano soprattutto stranieri, ma c'era un'animazione insolita. In quei due giorni conobbi moltissima gente, provai a fare il numero del mangiafuoco a Piazza Navona (bruciandomi i baffi e capendo perché i mangiafuoco sono rapati e sbarbati). Mi nutrii quasi esclusivamente di cocomero, birra, caffé freddo e gelati panna e cioccolata. Feci un numero incredibile di telefonate per contattare amici e conoscenti a cui dicevo e raccontavo cose che cambiarono per sempre i nostri rapporti; la maggior parte da allora m'ha odiato e considerato un matto facile all'alcool, ma qualcuno m'é diventato più amico (due di questi sono ora al convento con me). Paco era meno frenetico: diceva che si divertiva a guardarmi e usò parecchio di quei giorni per fare il turista a Roma, con la guida e un paio di bottiglie di tequila. La notte dell' "incontro" le trasmissione della Rai erano disturbatissime, il cielo aveva uno strano chiarore diffuso e a un certo punto mancò la luce. Incontrai Paco verso l'una a Santa Maria in Trastevere e mi invitò a bere la sua tequila. Andammo a piedi dall'altra parte del Tevere parlando di donne e alla fine ci sedemmo sui gradini di una chiesa dove, prosciugate le bottiglie, ci addormentammo. L'indomani mi svegliai solo e col mal di testa, ma mi svegliai; cioé non era successo niente. Andai al laboratorio e lì trovai Paco intento a fare misure. Era incredibile, ma, invece di rallegrarci, stavamo giù sia io che lui. Lavorammo per tutta la mattinata, ma a parte qualche disturbo evidente, non trovammo alcuno impulso. Riverificammo le apparecchiature ma inutilmente. L'indomani riprovammo, ma con lo stesso risultato. Nella tarda mattinata ci telefonò il mio amico di Asiago dicendo che la "nova" che aveva scoperto e che stava studiando era improvvisamente scomparsa. Capimmo che il piano aveva abbandonata la Terra (o la Terra il piano) proprio "sul più bello"; un finale da "arrivano i nostri".
Debbo dire che era piuttosto incredibile e io cominciai a dubitare delle deduzioni di Paco. Lui intanto era nero, quasi irritato. Ricordo l'ultima sera che restò a Roma e andammo a bere alla solita birreria: cominciò a sproloquiare che l'intensa radiazione gravitazionale che secondo lui ci aveva investito, poteva essere più pericolosa della radioattività; che soprattutto le alte frequenze potevano creare squilibri a livello genetico e delle interazioni dei neuroni cerebrali, potevano renderci tutti pazzi insomma. Descrisse, con toni apocalittici, un'umanità di mutanti folli. Arrivò a dire cose senza significato come "questi mostri genereranno il sonno della ragione". Era così sicuro delle sue previsioni, che era rimasto sconvolto dagli eventi. Inutile dire che, come non ci fu la fine del mondo, non si é verificata nessuna delle sue lugubri profezie. Il giorno dopo partì per il Sudafrica per studiare le termiti, disse. Non ne ho più saputo nulla, sebbene abbia fatto ricerche. Quando poi, alla fine del mese, son tornati i colleghi, non mi é sembrato il caso di raccontare questa incredibile storia.
Ancora oggi non so che giudizio dare su questi fatti, e più passa il tempo, più mi sembrano irreali; se non fosse per i dati che ancora conservo mi sembrerebbe un sogno e forse neanche un incubo.
Ti saluto affettuosamente, sempre ricordandoti

fra' Paco

P.S.: questo é ora il mio nome al convento e se mi vuoi scrivere per ulteriori informazioni, puoi indirizzare a fra' Paco, presso il convento paracelsiano di Pescarenico.

Maria C. rimase immobile per un istante, con lo sguardo meditativo, quindi si accese una sigaretta e con lo stesso cerino diede fuoco ai foglietti della lettera. Quindi scese di nuovo nel laboratorio, al suo lavoro. L'attività ferveva, come prima, nel rumore del fruscio dei fogli di mylar e dei pattini dei ragazzini. Scese gli ultimi gradini e disse, fra il materno e l'autoritario:
"A che punto siamo con questo mylar? non così quei fogli! E tu, Paco, invece di stare a contare le mosche, vammi a prendere un cappuccino.


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