I DISASTRI ECOLOGICI DEL SOCIALISMO REALE
Giovanni Vittorio Pallottino
Le tragiche eredità del socialismo reale
Sono ormai dieci anni
che l’impero del male è miserevolmente crollato. Chi avesse mente ottusa e
stomaco forte potrebbe, forse, dimenticare gli immani eccidi, senza riscontri
nella storia dell’uomo, e tutte le mostruosità disumane che hanno costellato e
caratterizzato la sua vicenda. Ma ci sono altre tragiche eredità, ancora vive e
presenti oggi, e purtroppo destinate a durare, che è impossibile ignorare o
rimuovere. Perché il socialismo reale ha prodotto guasti immani agli uomini,
deresponsabilizzando intere generazioni al punto da rendere oggi ardua la
ripresa economica degli sfortunati Paesi dell’Est europeo, sopratutto di quelli
che lo hanno sofferto più a lungo, ma ha anche inferto ferite gravissime alla
natura, provocando catastrofi ecologiche immani, le peggiori forse mai prodotte
dall’uomo.
Proprio su
quest’ultimo aspetto, assai poco conosciuto, vogliamo soffermarci. Ad esso i
mezzi di comunicazione, sempre attenti a rispettare la correttezza politica a
senso unico, hanno sempre dato poco o nessuno spazio. Le coraggiose eccezioni a
questa regola sono state pochissime(1), ma mai accompagnate da una
riflessione complessiva che da un lato ponesse in luce l’entità delle maggiori
catastrofi ambientali e la diffusa numerosità degli attentati alla natura,
dall’altro li ponesse in stretta relazione, anzi in termini di conseguenza
inevitabile, con l’essenza costitutiva e con la prassi attuativa dei regimi
comunisti.
Il punto fondamentale
di cui occorre prendere atto è che tutta la problematica ecologica è stata
pesantemente disattesa nei paesi dell'Est, dove l'ambiente naturale è stato
soggetto a manomissioni che hanno condotto a gravissime conseguenze per la
salute e la vita stessa delle popolazioni(2): in certe regioni ad
alta concentrazione industriale la durata di vita media degli abitanti è
inferiore di parecchi anni a quella che si registra nelle regioni circostanti,
al punto che nella Boemia settentrionale i residenti chiamavano “soldi per la
sepoltura” i compensi che ricevevano dal governo per vivere in quella zona. Sicché i costi fortissimi del risanamento ambientale a cui ora si deve mettere
mano stanno creando enormi difficoltà per l’economia di quei disgraziati paesi.
In particolare, i problemi economici che incontra oggi la Germania, a seguito
della riunificazione con l'ex Germania cosidetta democratica, derivano in buona
misura anche dalla necessità di sanare immani guasti di natura ambientale .
Ma l'informazione su
questi fatti, da noi, è rimasta confinata nel ristretto ambito dei tecnici che
si occupano di energia e di economia(3). Mentre solo di rado
l'opinione pubblica ha avuto qualche notizia sulla realtà e sulla gravità del
disastro ecologico nei paesi del socialismo reale. Se questa è una evidente responsabilità dei grandi mezzi d'informazione, si tratta di una responsabilità
ancor più grave da parte del nostro movimento ambientalista, che ha evidentemente scelto deliberatamente di non occuparsene. Ieri per non offuscare
l'immagine di quei paesi che venivano additati a modello per il nostro futuro,
oggi perché non sia palese il fallimento del comunismo anche per quanto riguarda
l'ambiente. D'altra parte sono note le posizioni assunte in Italia da gran parte
del movimento ambientalista: il verde, quasi sempre, è tinto più o meno
fortemente di rosso. E per di più è proprio sotto le bandiere ambientaliste che
molti veteromarxisti e sessantottini hanno ritrovato spazio politico e seggi in
parlamento. La conseguenza è che molti, sebbene a conoscenza di tanti guasti
prodotti dal comunismo, continuano a credere che la tutela dell’ambiente almeno
rientrasse, in qualche modo, fra i cosidetti lati positivi di questo regime.
Le chiavi di lettura del disastro
Le corrette chiavi di
lettura del disastro ambientale provocato da decenni di comunismo sono due:
l'ignoranza dei dirigenti e la tragica inefficienza del sistema. L'ignoranza della problematica ecologica
delle classi dirigenti dell'Est, una carenza culturale che ha prodotto guasti
immani, deriva dal fatto che questa problematica ha avuto origine all'Ovest,
costituendo il prodotto di una società opulenta che aveva saziato i suoi bisogni
essenziali e poteva dunque permettersi più sottili preoccupazioni. All'Est, dove
la "libertà dal bisogno" esisteva solo negli slogan ufficiali, non era neppure
concepibile dedicarsi a problemi così frivoli, e per di più sospetti, perché novità provenienti dal mondo capitalista.
Per comprendere poi il
livello di inefficienza complessiva del sistema comunista, basta un solo dato:
per produrre una stessa quantità di beni e di servizi nella Germania dell'Est si
spendeva circa il triplo dell'energia usata in Germania Ovest. Le innovazioni
tecnologiche, fra cui quelle mirate al risparmio energetico, non venivano
attuate, gli impianti erano vecchi e fatiscenti e si usavano combustibili che in
Occidente erano fuori legge. Poteva avvenire così che il consumo di energia pro
capite nella Germania Democratica fosse addirittura maggiore (una volta e mezzo)
che nella Germania Federale. E nessuno penserà, naturalmente, che i tedeschi
occidentali d'inverno soffrissero il gelo mentre all'Est i caloriferi andavano a
tutto vapore.
Altri dati statistici
mostrano che l'inefficienza nell'uso dell'energia era la regola in tutto l'Est.
Questo si traduceva in consumi di energia rilevantissimi, nonostante la
scarsezza dei beni e dei servizi che venivano poi messi a disposizione delle
popolazioni. E sappiamo bene che i danni ambientali e i rischi sociali derivanti
dall'uso dell'energia sono tanto più grandi quanto maggiori sono le quantità che
se ne consumano all'origine, indipendentemente dai risultati finali che se ne
ottengono.
Piogge acide e boschi distrutti
Il carbone maggiormente
usato in Europa Orientale, la lignite, ha un altissimo contenuto di zolfo. E le misere condizioni degli impianti di
depurazione hanno fatto sì che le piogge acide abbiano letteralmente distrutto i
boschi di estese regioni (sopratutto in Polonia e nella repubblica Ceca) e che
l'atmosfera satura di gas venefici abbia addirittura condotto ad innalzare
pesantemente il tasso di mortalità di quelle sventurate popolazioni. Per meglio
documentarci a questo proposito leggiamo cosa scrisse anni fa una fonte
certamente non sospetta, cioè la rivista ufficiale del PCI(4).
"Una gita su per le
zone montane della della Boemia settentrionale è decisamente riservata a
escursionisti dai nervi saldi. Là dove ancora dieci o quindici anni fa c'erano
fitti boschi di abeti, oggi c'è soltanto un mare di moncherini, di alberi
rinsecchiti... I bei boschi sono stati bruciati dalle piogge acide. Con una
ricaduta di 12,2 grammi di ossido di zolfo per metro quadrato la Cecoslovacchia
è in testa alle graduatorie mondiali, anche se alla sua situazione
contribuiscono le centrali elettriche d'oltrefrontiera, della Polonia e della
repubblica Democratica Tedesca, che bruciano ligniti di bassa qualità.
Le autorità governative
hanno tenuto a lungo nascosto lo stato di degrado ambientale del paese, e non si
tratta soltanto dei boschi.... Un indice sintetico è la durata media della vita,
che si va abbassando. Nelle graduatorie europee scendiamo verso il fondo.... Non
soltanto è stato tenuto nascosto il vero stato delle cose, si è represso e si
continua a reprimere ogni tentativo "non ufficiale" di far conoscere
all'opinione pubblica realtà e connessioni finora sconosciute e allarmanti.
Quando cinque anni fa Charta 77 diffuse un'ampia analisi della situazione
ecologica... la polizia di stato indagò a lungo su un elenco di specialisti,
dipendenti di istituti di ricerca, che riteneva potessero aver aiutato quelli di Charta 77 a redarre il documento."
Cernobyl: una catastrofe nucleare unica al
mondo
Se i disastri ecologici
prodotti dal carbone sono stati gravissimi, quelli causati dall'uso improprio
del nucleare sono stati addirittura devastanti. L'unica vera catastrofe mai
verificatasi al mondo in una centrale nucleare, non a caso, ebbe luogo in URSS,
a Cernobyl (nell'attuale Ucraina). Questa vicenda, che tante ripercussioni ebbe
poi in Occidente, è veramente esemplare. Il disastro nacque dalla concomitanza
di due fattori: il progetto antiquato del reattore usato (il reattore RBMK, a
uranio-grafite, era stato esaminato anni fa dal più autorevole ingegnere
nucleare italiano, il professore Mario Silvestri, nel corso di una sua visita in
Russia e giudicato inappropriato) e le irresponsabili manovre condotte dagli
operatori, in spregio a qualsiasi norma di sicurezza, nella notte disgraziata
del 25 aprile 1986 (questo è stato appurato oltre che dalle indagini tecniche
anche dalla magistratura locale nel processo che nel 1987 inflisse dure condanne
ai responsabili). Ma se il reattore
fosse stato progettato diversamente, anche quelle folli manovre non sarebbero
state sufficienti a farlo esplodere. E anche allora, se il reattore fosse stato
realizzato con la doppia barriera di contenimento usata comunemente in
Occidente, il danno all'ambiente e alle popolazioni sarebbe stato assai minore.
Ricordiamo poi che
anche in questa occasione si manifestò la doppiezza dei governanti, sebbene
all'epoca fosse già in atto il nuovo corso gorbacioviano. Nei giorni
immediatamente seguenti l'incidente essi ne diedero notizia soltanto quando la
nube radioattiva era già stata rivelata in Occidente. E in seguito, come venne
poi rivelato, essi diedero disposizioni perché fossero diffuse tre diverse
versioni dei fatti, ma nessuna veritiera: una ad uso interno, un'altra per i
dirigenti degli altri paesi comunisti e un'altra ancora per l'Occidente. E
ricordiamo pure l'eco larghissima che il disastro di Cernobyl ebbe in Italia,
non soltanto per i "nanocurie" sbattuti in prima pagina, ma per le gravissime
conseguenze dell'evento. I governi dell'epoca, infatti, decisero rovinosamente
di interpretare i risultati di un referendum che riguardava certi dettagli della
politica nucleare del Paese come una scelta popolare per il blocco della
costruzione di nuove centrali e, addirittura, per la chiusura di quelle
esistenti. Gettando al vento gli investimenti fatti nel nucleare, azzerando la
nostra industria in tale settore e, sopratutto, aggravando ulteriormente la
nostra pesantissima dipendenza dal petrolio proveniente dall’estero, di cui
paghiamo le conseguenze ogni volta che il prezzo del petrolio subisce una brusca
risalita. Mentre alla carenza di produzione interna l’Enel sopperiva importando elettricità, fino a un sesto del fabbisogno nazionale, dalle centrali nucleari
francesi!
E anche qui va
sottolineata l’irresponsabilità dei dirigenti del nostro movimento
ambientalista, mobilitati per la chiusura delle centrali nucleari - sebbene
sicure - in funzione in Italia, senza che avessero mai mosso un dito, prima, per
la chiusura di quelle - come si è visto assolutamente insicure - operanti nella
patria del socialismo.
Ma in realtà gli
incidenti nucleari in URSS non si limitano a Cernobyl: molti se ne sono
verificati in passato, anche con perdite di vite umane, di cui solo di recente
si è avuta notizia. Ricordiamo in
particolare il dramma, denunciato all’epoca dal dissidente Z. Medvedev e poi mai
esattamente chiarito, che si verificò parecchi anni fa (1958) in una regione
desertica vicino agli Urali. Qui il forte calore prodotto in una discarica di
materiali radioattivi provenienti da impianti militari causò una gigantesca
esplosione, disperdendo nell'atmosfera micidiali polveri radioattive, provocando
la morte di molte centinaia di persone e sconvolgendo l'ecologia di una vasta
zona. E ricordiamo anche, fra i tanti episodi, le conseguenze che ebbe sulla
salute dei bambini la costruzione di una scuola materna, in Estonia, sul sito di
una discarica di materiali radioattivi.
Sicchè ora in tutto
l'Est si pone il problema, fra i tanti altri, della riconversione di un gran
numero di impianti industriali a standard più accettabili per quanto riguarda
sia l'ambiente che la sicurezza delle popolazioni. Problemi ancora più difficili
e insidiosi derivano poi dalla necessità di individuare, prima, e risanare, poi,
le innumerevoli discariche di materiali pericolosi. Un caso veramente drammatico
è quello che riguarda le centrali nucleari, molte delle quali simili a quella
esplosa a Cernobyl, da cui vari Paesi ricavano gran parte dell'elettricità ad
essi necessaria. Ammodernarle, o chiuderle addirittura, sta comportando costi
immani che è difficile affrontare senza una forte collaborazione internazionale.
Il succo del discorso è dunque che, alla fine, sarà l'Occidente a pagare i costi
economici di queste conseguenze del socialismo reale.
Il mare di Aral ridotto a due pozzanghere
salate
Catastrofi ecologiche
di enorme portata sono quelle prodotte dalla colonizzazione forzata delle
regioni asiatiche dell'URSS. Fra queste, la più grave è indubbiamente quella che
ha ridotto il mare di Aral, un gigantesco lago di acqua dolce (il quarto del
mondo per estensione), a due miseri specchi d'acqua salata, privi di vita,
sconvolgendo l'ambiente naturale di una vastissima zona e provocando conseguenze
gravissime sulla salute dei milioni di esseri umani che vivono in quella
regione. Che oggi è spartita fra le repubbliche del Kazakhstan e
dell’Uzbekistan.
Nel 1960 il mare di
Aral, che si trova circa 500 km ad est del Caspio, ricopriva una superficie di
66 mila km2 ed era alimentato dall'acqua dolce di due grandi fiumi, il Syr Daria
e l’Amu Darya, provenienti dai massicci montuosi dell'Asia centrale. Ma proprio
in quegli anni questo flusso venne interrotto quasi del tutto, con l’entrata in
funzione del gigantesco canale di Kara Kum, per irrigare le piantagioni di
cotone create in vastissime regioni, secondo le indicazioni dei piani
quinquennali sovietici (d’epoca staliniana , dato che l’avvio della costruzione
del canale risale al 1954). Così fra il 1960 e 1990 l'Aral si abbassò di ben 14
metri, suddividendosi in due laghi separati con superficie totale più che
dimezzata. Abbassandosi ancora negli anni successivi, fino a ridursi a poco più
di un terzo dell’estensione iniziale. Il forte aumento della salinità, più che
triplicata da 10 a 35 grammi/litro, raggiungendo dunque i valori caratteristici
di un mare, ha provocato la scomparsa di ogni forma di vita nell'Aral, che era
ricchissimo di pesce e forniva il 10% di tutto il caviale prodotto in URSS,
mentre nelle regioni circostanti, trasformate in un deserto salato spazzato dai
venti di sabbia provenienti dalle distese disseccate dell’ex Aral, sono sparite
140 delle 178 specie animali che le popolavano. Non vi sono più lontre,
cinghiali, cervi e tigri, oltre a tantissime specie di uccelli.
Anche il clima della
regione è stato sconvolto: gli inverni sono diventati più freddi (con
temperature minime di -50 C anziché -25�C), le estati più calde (con massime di
50�C anziché 25�C). Si sta riducendo, inoltre, il periodo dell'anno non soggetto
a gelate, minacciando così la sopravvivenza delle coltivazioni di cotone, per
sviluppare le quali tutto ciò aveva avuto origine.
E qui dobbiamo ricordare che in Occidente, proprio in quegli stessi '60,
si accesero dibattiti sul problema delle monocolture agricole che imprese
capitalistiche andavano avviando nei Paesi del terzo mondo, sfruttandone le
risorse naturali e la manodopera a basso costo, e sui guasti, di varia natura,
da esse prodotti. E` assai dubbia la spontaneità con cui il problema delle
monocolture, peraltro assai grave e certamente degno di attenzione, venne
sollevato, dovunque e contemporaneamente in tutto l’Occidente; sicché è facile
immaginare che sia trattato di una azione pilotata proprio da quello stesso
governo che, per una ineffabile coincidenza, proprio a colpi di rovinose
monoculture si apprestava a colonizzare le sue terre asiatiche. Questa
colonizzazione, anzi, e proprio nello stesso periodo, era da noi oggetto di
propaganda, dove veniva usata, come ben ricordiamo, per dimostrare le grandi capacità realizzative del regime comunista.
Ma torniamo all'Aral,
dove oggi, attorno a ciò che ne resta, si è creato un vasto deserto, spazzato da
venti che trascinano il sale nelle zone circostanti e disseminato dei resti
spettrali dei battelli che un tempo vi navigavano. Città come Aralsk e Muinak,
che si trovavano sulle sue sponde, ne distano ora decine di chilometri. Ad
Aralsk si contano oggi 5 mila disoccupati su una popolazione di 30 mila, per la
scomparsa delle attività tradizionali della zona: la pesca, la conservazione dei
prodotti ittici e la cantieristica. Come se non bastasse, l'uso massiccio della
chimica (pesticidi e diserbanti) nelle coltivazioni del cotone ha riversato
nella zona enormi quantità di questi veleni, che sono poi defluiti nei resti
dell'Aral. Il risultato è che, nella vasta zona circostante, la mortalità da
tumori è in rapida crescita, la mortalità infantile è cresciuta del 50% in
vent'anni e sono sempre più frequenti le epidemie (tifo, paratifo e
salmonellosi) dovute al drastico peggioramento della qualità delle acque; mentre
il grado di contaminazione è tale da investire anche il latte delle madri sicché
viene scoraggiato l’allattamento naturale(6). Tutto ciò in una
regione dove vivono circa 4 milioni di persone.
E’ stato calcolato che,
continuando di questo passo, i resti dell’Aral verranno a sparire del tutto
attorno al 2015. Dopo la caduta del comunismo, tuttavia, sono stati avviati
studi e iniziative per il salvare il salvabile, anche con l’intervento della
Banca Mondiale. Riportare l’Aral alla situazione del 1960, tuttavia appare
praticamente impossibile, perché ciò richiederebbe restaurare il flusso dei fiumi
e
di cancellare le coltivazioni di cotone, che sono vitali per l’economia della
regione. Solo di recente sono state prese iniziative. Con esse si prevede di
fermare l'abbassamento di ciò che resta dell'Aral, stabilizzandone il livello,
nel giro di qualche anno, a 20 metri sotto a quello del 1960. Più importante, si
conta di portare l'ambiente di almeno parte delle zone rivierasche a condizioni
più accettabili per la vita delle popolazioni.
Lo sviluppo
dell'industrializzazione provoca, di necessità, danni all'ambiente naturale, sia
che abbia luogo per l'iniziativa dei privati sia che lo promuova lo Stato
stesso. Questi danni devono essere contenuti al minimo, anche con mezzi
dispendiosi, e a volte può convenire rinunciare addirittura a certe imprese. In
ogni caso, e questa è una regola fondamentale, i benefici che derivano alla società dal progresso industriale devono essere decisamente più abbondanti degli
svantaggi.
In uno stato ordinato
questa delicata materia è regolata da apposite leggi, come quelle che pongono,
per esempio, dei limiti per le emissioni di polveri e gas dalle ciminiere degli
impianti e delle centrali. Tali leggi vengono stabilite sulla base dei pareri
degli esperti e della volontà della pubblica opinione.
Questo è quanto avviene
in molti Paesi Occidentali. Valga per tutti l'esempio degli Stati Uniti, dove
questa legislazione è particolarmente severa (le nostre automobili, a causa
delle loro emissioni, sono fuori legge in USA; quelle che vi vengono esportate
devono essere dotate di speciali apparecchi che riducono notevolmente la pericolosità dei gas di scarico). In USA vi sono addirittura esempi di città
(Pittsburgh) che sono rinate a nuova vita dopo l'applicazione di una normativa
rigorosa. E anche in Italia abbiamo qualche esempio positivo, come il ritorno
alla vita del lago d'Orta.
Ma questo è, invece,
quanto non avveniva proprio nei Paesi del socialismo reale, dove le leggi
ecologiche venivano applicate dagli stessi burocrati e funzionari che le avevano
redatte, senza ascoltare l'opinione pubblica, a cui peraltro ogni problema viene
tenuto nascosto, e magari perseguitando quegli esperti che avessero l'ardire di
esprimere diverso avviso.
Episodi che in qualche
modo possano essere paragonati a quello di Cernobyl si sono verificati,
naturalmente, anche in Occidente (non nel nucleare, ma in altri settori
dell'industria). Ma disastri come quello del mare di Aral, con una dinamica
pervicacemente protratta per decenni, sicuramente no. In un Paese libero,
qualcuno, prima o poi, si sarebbe accorto di quanto stava succedendo e lo
avrebbe denunciato.
Riferimenti
(1) Articoli sul
Corriere della Sera: 25, 26 e 31 luglio 1999
(2) H.F.French
“Risanare l’ambiente in Europa Orientale e in Unione Sovietica” in “State of the
World 1991” ISEDI, Torino.
(3) "Allarme rosso"
Energia e materie prime, gennaio 1991.
(4)
Rinascita, n.5, vol.46, 1989.
- "EastàGermany Struggles to Clean Its Air and Water" Science,
pp.295-296, aprile 1990.
- D.Orechkin "La mer d'Aral menacée de desparition" La
Recherche, vol. 21, pp. 1380-1388, novembre 1990.
-
L.R.Brown "The Aral Sea, Disaster Area and Interdisciplinary Solutions"
Interdisciplinary Science Reviews, vol.16, pp. 345- 350, 1991.
- "Sulle rive del
mare malato" Sapere, pp.25-32, aprile 1994.
(6)
www.chass.utoronto.ca/~ismall/aralsea/misc/medical_stats.html
http://www.geology.sdsu.edu/facilities/carre/carre_study.html
http://www.abcnews.go.com/sections/science/DailyNews/aralsea990408.html